Sul web, il 99.8% dei banner è completamente ignorato.
Esatto. Solo un misero 0.2% del totale di tutti i banner esistenti in rete viene effettivamente cliccato.
Di contro, il dato del 9% risalente al 2000 appare una vera pacchia, non è vero?
Insomma, la rete ha un problema: la banner blindness.
Il fatto è che per un utente navigato diventa sempre più facile identificare gli spazi pubblicitari, le affiliazioni, i popup e le skin in corso sul proprio portale preferito, diventandone sempre più immune.
O quantomeno abile nello schivarle.
La spasmodica crescita degli inserzionisti e degli spazi in cui far comparire un banner non aiutano certo a rientrare in numeri anche solo lievemente più positivi. Così, da qualche tempo è andata a definirsi una nuova forma di avertising “morbida”, ma non per questo meno …subdola. 🙂
L’hanno chiamata Native Advertising, ed è fatta così:
- È presentata nel flusso dei contenuti principali
- Non fa uso di automatismi
- Non fa uso di box e non segue formati prestabiliti
Semplificando al massimo, potremmo dire che essa stessa è in buona parte contenuto. Contenuto mediamente pertinente, in grado di aggiungere realmente qualcosa al valore della pagina (a suon di euro entranti nelle casse di chi lo ospita).
Sotto un altro punto di vista, è un altro modo di fondere un annuncio pubblicitario più in profondità all’interno di un servizio o di un sito web, evitando il classico investimento in banner, skin, popup e compagnia bella.
Alcuni esempi sono tra noi già da qualche tempo:
- I Promoted Tweets di Twitter
- Le Sponsored Stories di Facebook
- La Paid discovery di StumbleUpon
Metodi cioè pensati per raccontare qualcosa di un inserzionista senza invadere la routine o il flusso di navigazione dell’utente. Annunci che non sono neppure più tali, costruiti per fondersi -a un’esame anche approfondito- con il contenuto “naturale” di quello stesso mezzo o servizio. In alcuni casi, come ultima evoluzioni dei post sponsorizzati, sono espressamente votati a sfruttare tono e credibilità del tenutario del blog.
Come difendersi
La vera potenza della native advertising è che è, per l’appunto, nativa. Pensata su misura per ogni occasione, slegata da formati e approcci ripetibili nel tempo. Potenziata nella forma e nei contenuti per apparire quanto più naturale e “al posto giusto” possibile.
Se per Twitter, Facebook e simili è d’obbligo l’indicare apertamente quanto del contenuto fruito arrivi da un’inserzionista a pagamento, sui blog le cose si complicano. Manca ancora in Italia una legislazione precisa per i post sponsorizzati che porti a identificare chiaramente il rapporto tra publisher e inserzionista.
(e non ti dico quanti guest post ho rifiutato a oggi che cercavano di sfruttare questo metodo)
Dunque, vince il buonsenso.
Come riconoscere forme di avertising nativo sulle pagine dei nostri blog preferiti?
Ponendoci una semplice serie di domande.
- Quanto spesso ne ha parlato?
- Quanto è specifico l’articolo?
- Quanti ne stanno parlando in contemporanea?
- Quanto è in grado di argomentare?
- Quanto fuoriesce dal seminato?
Soffermandoci cioè su questioni come il grado di approfondimento, il legame dell’articolo che stiamo leggendo con la restante direzione del sito. Sui cambiamenti di tono e sulle argomentazioni addotte nei commenti. È la base per diventare un pelino più coscienti di ciò che stiamo leggendo.
D’altronde, la lotta avverrà su due fronti.
Da un lato, le agenzie in grado di fare native advertising selezionano partner e creativi in grado di pubblicizzare un contenuto nel modo in cui questo già si muove sul portale di destinazione. Dall’altro lato l’utente, sempre più spesso immerso in un contenuto solo all’ultimo identificabile come sponsorizzato; solo in parte realmente sincero nelle intenzioni prima del fatidico click di conversione.
In tutto questo, il terzo incomodo. Come si comporterà Google? 😛