Ciò che le Aziende non Vogliono Sentire Riguardo ai Social Media

Come dici? Non ti sento!

scritto da Francesco Gavello [+] il 14 marzo 2011 | 4 Commenti in: Featured | Trending Topic

I social network potranno anche essere stati sdoganati tra gli utenti e i singoli professionisti che cercano di promuoversi al meglio attraverso di essi. Quando parliamo di aziende, però, esistono ancora solide convinzioni con le quali ogni giorno ci troviamo ad avere a che fare.

Ecco cosa le aziende proprio non riescono a sentire.

1. Lavorare con i social è un compito pressante

A leggerne dal di fuori sembra spesso che l’attività sui social media sia tutta un fare click su pulsanti e leggere interfacce “duepuntozero” (qualunque cosa ciò voglia dire). La realtà dei fatti è che ci si trova molto più frequentemente a interpretare dati, studiare strategie che risultino quanto più possibile originali e concentrarsi sullo stupire il proprio target.

2. Lavorare con i social può essere un’investimento notevole, soprattutto quando hai successo

Il fatto che la stragrande maggioranza dei tool sia gratuito (o quasi) fa pensare che tutto il lavoro effettuato su un social media sia realmente a costo zero. Se escludiamo, naturalmente, le ore-uomo di coloro che vi dedicato parte della giornata, lo sviluppo dei copy che propongono contenuto originale, l’analisi dei ROI e il tempo speso in riunioni di allineamento.

3. Il solo “discutere” sui social media non pagherà bollette o stipendi.

Spesso questo concetto va di pari passo con i (brutta parola) guru, o consulenti di marketing sui social media “puri”, che raccontano le meraviglie di questo e quel network senza curarsi minimamente di infilare nel discorso le parole “conversione” e “ritorno degli investimenti”.

4. I Social network sono conquiste sui centimetri, non sui chilometri

C’è una sottilissima differenza tra ciò che funziona, sul web e ciò che fallisce silenziosamente come un soufflé uscito dal forno troppo presto. Le conquiste le si gioca sui dettagli, non sulle macro-attività in sè. Soprattutto in un mondo in cui tutti sono in grado di lanciare il proprio blog e aprirsi un qualche tipo di pagina fan su Facebook.

5. C’è più bisogno di ascoltare che di parlare

C’è bisogno di ripeterlo? Parecchio.
Sbarcare sui social network è un impegno che coinvolge il rimanere spesso in silenzio, ascoltando e interpretando ciò che già succede prima di poter aprire la bocca ed evitare di sparare delle colossali baggianate. E vale sia nei primi tempi sia nel momento in cui la visibilità comincia ad arrivare e cresce in maniera autonoma.

6. Non c’è fine al bisogno di contenuto fresco e originale

Una necessità sempre più impellente per quelle aziende che comprendono la necessità di aprirsi a canali più snelli ma difficilmente accettano che “per esserci” bisogna necessariamente avere qualcosa da dire. La capacità di sviluppare costantemente contenuti di buona (ottima) qualità fa la differenza a qualunque livello di crescita ci si trovi e non può essere considerato un “gradito optional”.

7. Le persone non sempre hanno cose positive da dirti

Spesso, anzi, il fatto che tu abbia così volenterosamente predisposto dei canali d’ascolto privilegiati farà sì che la tua azienda si possa scontare con la dura realtà dei fatti.

8. Non puoi usare i social media per riparare al volo una reputazione danneggiata.

I social non sono una sorta di magica toppa in grado di mutare la considerazione delle persone nei nostri confronti. E non c’é davvero nessuno strano ragionamento da marketer dietro a questa affermazione. Così come nel mondo reale (ma ha più senso questa distinzione? Secondo me, no) per guadagnare fiducia occorre tempo, costanza e impegno.

Per nascondere le proprie magagne sotto al tappeto ci sono altri mezzi. I social network vivono sulla trasparenza e giocare sporco può costare molto caro.

9. Misurare i ROI è un lavoro impegnativo

Un lavoro impegnativo perché, semplicemente, non c’è nessun “singolo numerino da guardare crescere”. Ci sono dati e aspetti di diverso tipo da interpretare. Trend, reazioni. Comportamenti del proprio target che si evolvono nel tempo e acquistano (o perdono) significato se legati ad altre precise variabili.

10. Non puoi delegare

La parola “social” in social media ha un preciso significato e non è stata piazzata lì a caso. Mettiti in gioco in prima persona (tu o il tuo staff) e non lasciare che sia qualcuno di esterno a dover gestire la tua comunicazione e a legarsi al tuo target.

Qualcosa può cambiare?

Solo dieci aspetti, ma credo che ne siano ancora molti altri.
Quando cambieranno nel futuro queste realtà?

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4 Commenti

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  1. Fabio ha detto:

    Ultimamente sto notando che le aziende e i professionisti non cercano tanto l’autopromozione sui social per farsi pubblicità e aumentare il proprio brand, ma più che altro li usano per creare una rete di conoscenze e contatti che possono tramutarsi in clienti.
    E’ anche vero che l’aumento del brand e l’acquisizione della clientela sono in un certo senso correlati, ma io ho notato una focalizzazione più mirata all’acquisizione di una rete di conoscenze che un potenziamento del proprio brand.
    In altre parole, Tizio, capo della Pinco Pallo s.r.l. difficilmente aprirà un canale su Facebook della propria azienda per pubblicizzare e creare brand intorno al nome dell’azienda stessa, ma potrà registrarsi su LinkedIn come utente privato e inserire nella sua rete di conoscenze persone con interessi e ambiti lavorativi affini al suo per poter poi sperare in un futuro di acquisirli come nuovi clienti.
    Almeno questa è la mia impressione. Ciao

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  2. stefano ha detto:

    Credo che non è detto che debba cambiare per forza. Molte volte dietro questi “No” si nasconde l’insufficienza di denaro per avviare attvità nuove.

    A mio avviso certe cose vanno semplicemente dette nella maniera giusta.

    E prima di riuscire a convincere l’Azienda di turno che “parlare” con chi ci segue potrebbe essere proficuo, dobbiamo convincerci anche noi che lo facciamo.

    Personalmente tutto ciò non fa parte delle mie attività, ma ho come l’impressione che nemmeno chi la propone ne sia pienamente convinto (con le dovute eccezioni naturalemente)

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  3. [...] gli imprenditori preferiscano infilarsi i tappi nelle orecchie invece di ascoltare. Ne parla anche Francesco Gavello in un post che andrò ad analizzare punto per [...]

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  4. Denis ha detto:

    Sul punto 8, boh… ho sentimenti misti.

    Ho sentito parlare tanto di reputation online, ma non riesco a ricordare un caso dove ci sia stato un vero problema.

    Toyota -> recall freni -> crisi brand -> tutto incacchiati online -> profitti saliti
    BP -> disastro ambientale -> crisi brand -> tutti veramente incacchiati online e offline -> profitti saliti

    c’è qualcosa che mi sfugge o che mi è passato fuori dal radar. :/

    Rispondi

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